Gli insuperabili ep.11

Simone Weil

Un podcast prodotto dal consorzio Parsifal

Gli insuperabili ep.11 - Storia di Simone Weil

Puoi ascoltare la puntata su

Care amiche e cari amici degli Insuperabili, siamo arrivati quasi alla fine del nostro cammino. E in questo lungo viaggio abbiamo attraversato il mondo raccogliendo storie di donne e uomini che hanno superato le loro barriere per realizzare qualcosa di straordinario.

Abbiamo narrato di maghi e giornalisti, musicisti e pittori; tutte vite insuperabili che testimoniano la verità. Ma quello che vi ho raccontato sinora, fatemi una cortesia: dimenticatelo. Erano come dei bellissimi quadri. Oggi abbiamo deciso di addentrarci tra le pieghe di una vita complessa che per essere compresa, proprio come una scultura, ci chiede di cambiare costantemente il punto di osservazione nutrendo la forza – a ogni passo – di mettere in discussione quanto immaginato fino a un attimo prima. 

Perché verità e discussione sono le due parole che collegano tutte le vite che la protagonista di questa puntata, in soli 34 anni, ha vissuto. Vite dense, sporche, vere; vite animate da un costante senso di ricerca che l’hanno condotta davanti al muro che separa ogni uomo dal raggiungere la verità. Quello che voglio raccontarvi oggi è di come lei, una delle più grandi pensatrici del ‘900 – come tutti gli altri protagonisti di questa serie – quel muro, ha provato a scavalcarlo.

Gli Insuperabili episodio 11 – Storia di Simone Weil

Simone nella sua vita pensa e soffre, lo fa da sempre. Pensa e soffre per lei e per tutti gli altri, soprattutto per i più deboli, forse anche più di quanto facciano per loro stessi.

Si ustiona l’anima quando va a lavorare in fabbrica per vivere le condizioni delle donne operaie degli anni 30 e il corpo quando si arruola tra le file degli anarchici per combattere la rivoluzione spagnola. Con quel corpo gracile, un po’ mascolino e quei grandi occhiali da vista che prepotentemente si fanno spazio tra i capelli ricci, no, non ha il fisico da soldato né quello da operaio eppure è sempre lì, in prima linea a sfidare la realtà, in trincea cercando – metro dopo metro – di conquistare la verità. 

Dopo l’esperienza in fabbrica denuncia il taylorismo e lo definisce come “la nuova dittatura”, colpevole di farla credere senza più diritti; e resta delusa dopo la guerra civile spagnola, un conflitto nel quale, pur credendo di lottare al fianco delle vittime, si ritrova tra i carnefici.  

Fiancheggiando così molti mondi impara a vivere nei punti di intersezione. In quel luogo dove corpo, fede e ragione non si danno pace. 

Dopo un percorso di studi concluso brillantemente, potrebbe diventare docente universitaria ma lei – la vergine rossa, così viene soprannominata nell’ambiente accademico – preferisce andare a insegnare nei licei, rinunciando a gran parte del suo stipendio per vivere da povera e, da dietro la sua cattedra, sfida con i suoi metodi di insegnamento un sistema e una stampa conservatrice. Fiancheggia la politica  e il mondo sindacale, teorizza sull’abolizione dei partiti e rimette in discussione un intero vocabolario etico/politico lottando contro svuotamento delle parole che l’occidente segue, è convinta che si uccida per seguire parole  “avide di sangue umano, parole assassine ornate di maiuscole”.

Poi viaggia. È in Germania durante la crisi della repubblica di Weimar. Racconta l’ascesa del nazismo non disdegnando di accusare pubblicamente l’inconsistenza della sinistra tedesca che non fa nulla per impedire la salita al potere di Hitler.    

Poi scrive, in modo disordinato, non organico, rapido. Il suo è un perenne movimento di pensiero. Quello che in Italia conosciamo di lei – perlomeno della sua prima fase che per praticità chiamerò fase sociale-politica – lo dobbiamo in buona parte ad Adriano Olivetti che pubblica (postumi) parte dei suoi scritti con la casa editrice Comunità. 

Simone non ha il fisico da soldato ma è una lottatrice. Lotta sin da bambina quando le sue condizioni di salute precaria non sembrano lasciargli tregua e la vita di suo fratello Andrè appare da subito destinata ad entrare nella storia della matematica occidentale.

La sua famiglia è di origini ebree ma dichiaratamente atea, non c’è spazio per la religione in casa Weil così come non c’è spazio per piangere lo zio di Simone, il fratello della madre, genio del violino e morto a soli vent’anni. Vittima di un male improvviso e di una damnatio memoriae che ne impedisce il ricordo. Così Simone che già a 10 anni si definisce marxista, poco tempo dopo pensa al suicidio. “Ho seriamente pensato alla morte, a causa delle mie mediocri facoltà naturali. Le doti straordinarie di mio fratello […] mi obbligavano a rendermene conto”.
Poi però il testo continua e appare la luce: “Dopo mesi di tenebre interiori, ebbi […] la certezza che qualsiasi essere umano, anche se le sue facoltà naturali sono pressoché nulle, penetra in questo regno della verità […], purché desideri la verità e faccia un continuo sforzo […] per raggiungerla”.

Queste poche righe sono una dichiarazione d’intenti, una traccia sulla quale tutti gli anni a venire si muoveranno basandosi sulla logica e il rigore. Ma non è una donna triste Simone, soffre – e ve l’ho già detto – ma se nella mente vi sto creando l’immagine di una giovane, chiusa e oscura, scusatemi, non è così. 

Vivere al fianco dei più deboli, le loro vite, la porta a credere che sia necessario per l’uomo tornare a uno stato zero, compiere un processo di de-creazione per raggiungere l’impersonale. “Tutto ciò che nell’uomo è impersonale è sacro – dice Simone – e nient’altro lo è.” 

L’impersonale che, nel dolore, ha permesso in uno dei passi più commoventi dell’Iliade a Priamo (entrato senza essere riconosciuto nella tenda dell’assassino di suo figlio proprio perché simile al nulla) e ad Achille, di nutrirsi dello sguardo altrui riconoscendosi – nonostante tutto – meritevoli di ammirazione. Un atto poetico e salvifico che scardina il rapporto da dominati e dominatori, un processo di de-creazione che nel vuoto avvicina. È su questa lunghezza che proporrà a De Gaulle, per arginare il conflitto mondiale, di inviare al fronte una squadra di infermiere con il fine di curare e non di offendere. Una proposta ritenuta scandalosa dal Presidente francese così come scandalosa – in senso etimologico – è tutta la figura di Simone.

 

Perché scandalo deriva dal greco e significa: ostacolo, inciampo. Lo scandalo è qualcosa che fa inciampare e costringe a ripensare ecco perché la vita di Simone è scandalosa e scandalizzante. Il suo cammino è frammentato e pur non avendo mai considerato una dimensione soprannaturale – per assenza di dati, dice lei – inciampa, suo malgrado, nel pensiero cristiano. Lo fa in tre momenti mistici della sua vita: in Portogallo quando ascolta dei canti sacri intonati da un gruppo di pescatrici, nella chiesa Santa Maria degli Angeli di Assisi quando sente il bisogno di inginocchiarsi e poi mentre legge una poesia, dal titolo “love” del poeta George Herbert. Abbraccia così il cristianesimo, i cui i precetti aveva seguito per tutta la vita pur non aderendovi, e lo fa da rivoluzionaria. 

Sostiene che il mondo abbia bisogno di un cristianesimo incarnato e che la chiesa necessiti di nuove forme di santità. La sua presenza è scandalosa. Lo scambio epistolare che intrattiene con il frate domenicano Joseph-Marie Perrin è intensissimo. Simone cerca la fede nell’ombra, nell’impersonale, lo stesso vuoto incolmabile che Dio, per generosità, ha generato per lasciare spazio all’uomo. 

Non vuole battezzarsi, dice di non sentire la chiamata per ufficializzare con un sacramento la sua entrata nella chiesa ma – da cristiana – continua a cercare. Così si priva di ciò che ritiene superfluo, rinuncia a qualsiasi riempitivo, a qualsiasi elemento possa – secondo lei – allontanarla dalla verità e quindi da Dio. Sente il peso di tutte le colpe e quindi macchiata di un peccato imperdonabile: la compassione che la trafigge per la condizione umana.

SDilaniata dalle persone, dalle idee e dalle cose, trasferitasi a Londra per ripensare l’Europa post-conflitto anche se lei avrebbe preferito farsi paracadutare nella Parigi occupata,  il 15 aprile del 1943 viene trovata priva di sensi nella sua abitazione. Affetta da tubercolosi e aggravata dalle privazioni, soprattutto di cibo, che aveva deciso di imporsi, muore il 24 agosto nel sanatorio di Ashford. 

Sembra che solo in punte di morte, uno dei rari momenti prossimi all’impersonale secondo il pensiero Weiliano,  accetti di ricevere il battesimo, da una sua amica però e non dal cappellano dell’ospedale con il quale aveva discusso animatamente sulla sepoltura dei bambini non battezzati. 

La poesia Love di George Herbert, quella del suo terzo momento mistico, conclude così. “Bisogna tu sieda” disse l’amore

E Simone per tutta la vita prova a sedersi, a fermarsi sulle sue convinzioni. A bloccarle – come in un quadro – all’interno di un frame. Un impulso troppo forte però non glielo consente, il suo è un mondo cangiante e multidimensionale e lei, in perenne e costante movimento, vuole – e in un certo senso deve – viaggiare, scoprire, toccare. L’impersonale che cerca è la cifra della sua esperienza di vita e di pensiero, è il modo in cui sta al mondo. Vive così perennemente in un uno stato di bilico interiore, nel punto esatto in cui la croce si interseca. 

Da lì pensa, agisce e scrive. Scrive più di quello che vorrebbe e lo fa in un’epoca in cui non poteva immaginare quanto la storia le avrebbe dato ragione. 

I versi di Herbert proseguono così: “bisogna che tu gusti il mio cibo”. Così mi sedetti e mangiai.

Simone aveva già smesso di mangiare, in senso letterale, e anche questo l’ha condotta a morire. A lasciare una vita terrena trascorsa nel tentativo di essere nulla per essere al proprio vero posto nel tutto.

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