Gli insuperabili ep.6

Un podcast prodotto dal consorzio Parsifal

Gli insuperabili ep.6 - Storia di Séraphine de Senlis

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Cari amici degli insuperabili,  se vi dicessi che quella di oggi è una storia di pittura e follia probabilmente pensereste a Van Gogh. Non è così. Siamo arrivati a metà del nostro viaggio e vorrei che mi raggiungeste qui, tra i prati fioriti Senlis, 80 chilometri a nord di Parigi. C’è una soffitta sconosciuta al numero uno di rue du Puits-Tiphaine che per anni ha custodito un segreto.

Prima di entrare però fatemi una cortesia: dimenticate tutto, lasciate le vostre cose alla porta, non cercate spiegazioni, non fatevi neppure troppe domande. Quello che troveremo non può essere rinchiuso in delle categorie. Dobbiamo entrare e lasciarci trascinare.

Perché crediamo che l’arte si basi sulla necessità di voler comunicare qualcosa, di veicolare un messaggio.  Con la protagonista di oggi è diverso, lei con la sua pittura da autodidatta, non aveva bisogno di comunicare. Non le interessava farlo. Lei dipingeva perché con i suoi tappeti ipnotici di fiori, trovava il suo modo di abitare il mondo.

 

Gli insuperabili episodio 6 –  Storia di Séraphine de Senlis

Seraphine nasce povera, da un padre orologiaio e una mamma pastora, il 2 o il 3 settembre del 1864 a Arsy, un piccolo comune di 800 anime nel nord della Francia. Lei e sua sorella restano prestissimo orfane, la mamma muore quando Séraphine non ha ancora un anno e il padre – che nel frattempo si era risposato – le lascia 6 anni dopo. 

 

La piccola Seraphine, sola e spaesata in un mondo troppo complesso per lei, si rifugia nel convento delle Sorelle della Provvidenza di Clermont. Lì svolge piccole mansioni domestiche, fa le pulizie. Per un periodo accarezza anche l’idea di prendere i voti ma la vita da suora non fa per lei. La sua mente e la sua anima non sono riuscite ad elaborare il lutto provocato dalla scomparsa dei genitori e forse anche per questo la mamma, che Seraphine – praticamente – non ha mai conosciuto, diventa nella sua immaginazione una figura mitica, un fantasma, una santa da venerare. Nel convento però, del quale dirà «ci sono rimasta per tanto tempo perché mi trovavo bene e il lavoro non era troppo faticoso», Seraphine trova riparo e appiglio nella fede, una fede estrema, totalizzante. Quasi malata.

 

Mossa da esigenze economiche o dalla voglia di scoprire il mondo,  Seraphine abbandona il convento e si trasferisce a Senlis dove trova impiego come donna di servizio presso le abitazioni degli aristocratici della città. Lavora, a testa bassa, sempre. La sua sembra un’esistenza come quella di tante, destinata a non lasciare un segno nel libro della memoria neanche in quello di un piccola cittadina di provincia. Seraphine è un’invisibile, una donna sola e – forse – un po’ strana. I suoi rapporti difficilmente sono con essere umani perché ama passeggiare per le campagne, accarezzare i fiori e parlare con gli alberi.

Di giorno lavora, “lavori neri” come li chiama lei, e di notte – alla luce di una sola candela – in questa soffitta si rintana e inizia a creare. Dipinge. Per sé stessa, lo fa – nella solitudine – , all’ombra di un quadro della Madonna, la stessa che nella cattedrale di Senlis le aveva detto di dedicare la sua vita all’arte. I colori che usa sono il frutto di una combinazione segreta di ingredienti, probabilmente sangue preso dalle macellerie, cera e solventi per pavimenti e chissà cos’altro. Non lo rivelerà mai.

Dipinge da autodidatta, intonando inni sacri fino a quando la cera non si consuma del tutto. E lei si abbandona a qualche ora di sonno primi di ricominciare con un’altra giornata anonima.

 

La sua vita cambia quando lei ha 42 anni. In città arriva Wilhelm Uhde, un noto collezionista tra i primi acquirenti di Picasso, Braque e Henri Rousseau detto il Doganiere – tedesco e omosessuale che era giunto A Senlis per fuggire dai pettegolezzi Parigini che assume Seraphine come sua donna di servizio. Una sera, durante una cena a casa di amici, Uhde nota un quadro raffigurante una natura morta che lo entusiasma per la vividezza dei colori. ““Erano delle vere mele, modellate in una bella pasta consistente” dirà in seguito. Chiedendo informazioni su chi fosse l’autore resta sorpreso e sconcertato nello scoprire che proviene dalle mani della sua domestica. “Cézanne – dirà ancora Hude – sarebbe stato contento di vederle”.

Il giorno successivo Uhde corre a casa di Seraphine, qui nella soffitta, e scopre l’intera produzione della sua domestica. Ne rimane estasiato. Acquista tutte le opere e inizia a promuoverle in ogni circuito che frequenta. Organizza per lei delle mostre e Seraphine inizia a guadagnare dalla sua arte. Sembra che abbia trovato un posto nel mondo ma lo scoppio della prima guerra mondiale costringe il collezionista a lasciare la Francia, un tedesco in terra straniera non avrebbe certo avuto vita facile. E così Uhde lascia la sua casa, la sua collezione e Seraphine che per la seconda volta vive le ferite dell’abbandono. 

I due si rincontrano dopo anni, quando Udhe – terminata la guerra – torna a cercarla. La ritrova, perseguitata da un’esistenza che Seraphine fa fatica a contenere. La incoraggia  a tornare a dipingere, acquista di nuovo i suoi quadri e organizza per lei delle nuove mostre. Lei, con i soldi che guadagna, riempie la sua casa di oggetti futili e cianfrusaglie, rassicurata dalla presenza confortevole del suo mecenate. Ma la crisi del ‘29 si abbatte con violenza anche in Europa  e la fortuna accumulata da Udhe si dissolve nel nulla. Lui è costretto a tornare in Germania e lei, per la terza volta, vive l’abbandono. È un colpo che non riesce a sopportare. Neanche la fede, il suo baluardo, la sorregge. Il suo senso di orientamento scompare insieme a Udhe e il male trattenuto nell’ombra della sua pittura idealista e visionaria inizia a rompere le sue catene. Vaga per le case di Senlis preannunciando la fine del mondo, urla e si abbandona a deliri e allucinazioni psico-sensoriali. 

 

Nel 1932 Seraphine viene rinchiusa in manicomio, si rifiuta di dipingere e i fantasmi che la abitano prendono il sopravvento. Senza pittura lei non è priva della sua capacità espressiva ma dello strumento che le permette di vivere. Intanto scoppia la seconda guerra mondiale, i medici vengono quasi tutti arruolati nell’esercito e il generale Philippe Petain ordina prima che il manicomio venga trasformato in prigione, e poi che le razioni di cibo siano centellinate e destinate altrove. Seraphine muore l’11 dicembre 1942 dopo 10 anni di internamento. Vittima tra le vittime dell’occupazione nazista, le sue ultime parole – scritte su un brandello di carta – sono state “ho fame”. Sarebbe facile pensare che si riferisse a una fame fisica e che sia morte per assenza di cibo. In fin dei conti è possibile. Ma dipingere – l’abbiamo detto – era come nutrirsi, le serviva per vivere. 

È famoso l’episodio in cui Van Gogh mangia il colore. Lui lo fa fisicamente con Seraphine il discorso è più sottile. Non lo ingerisce ma proprio i suoi colori le servono per vivere. E sempre continuando il parallelismo con il pittore Olandese, la sua storia è piena di parole, lui stesso ne scrive a migliaia al fratello Theo raccontando tutta la sua vita. La storia di Séraphine invece non ha parole né fratelli. 

È una storia che non ha parenti perché neanche sua sorella reclama il suo corpo privo di vita. Tanto che viene sepolto in fossa comune. 

 

Le uniche parole che ci restano solo quelle che aveva scritto per il suo epitaffio: Qui giace Séraphine Louis Maillard, quella senza rivali, in attesa della sua benvenuta Resurrezione.

 

Oltre queste la sua è una storia che non ci lascia parole, restano alcune opere oggi esposte in noti musei francesi,  un film del 2008 che le ha restituito giustizia dopo un lungo periodo di oblio e una forza creativa che come dice Alda Merini ne “L’altra verità” coinvolge il mistero di una inaudita sofferenza che non è stata colta dagli uomini.” 

 

Ma, a differenza di, Van Gogh la sofferenza di Seraphine è nascosta nei suoi quadri, sommersa per contrappasso dai colori  brillanti. 

 

La sua anima, devota e tormentata, è invisibile e insuperabile. Come lei è stata in vita e, in parte, anche dopo la morte.

 

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