Gli insuperabili ep.3

Un podcast prodotto dal consorzio Parsifal

Gli insuperabili ep.3 - Storia di Bertha Pappenheim

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Da bambino mi piaceva dedicarmi a quei giochi magnetici per fare le costruzioni. Mi affascinavano terribilmente… quelle due estremità che, seppur uguali, potevano attrarsi fino a diventare una cosa sola o respingersi. 

E la storia che voglio raccontarvi oggi è un po’ così. Una storia di attrazione e repulsione, di forze e resistenze: magneti.


Siamo a Francoforte alla fine del IXX secolo e Bertha Pappenheim è una ricca e giovane donna ebrea. 

Immaginatela. Ha un mestolo in mano e sta riempiendo di zuppa i piatti di una fila sterminata di anziani, bambini denutriti e donne sfinite. 

Una del suo rango a servire come cameriera in un centro sociale, che ci fa lì?

È stata sua cugina a chiederle di andare, le ha detto che un aiuto avrebbe fatto comodo e Bertha si è precipitata. Non le dà fastidio stare a contatto con queste persone, le aiuta con gioia pur mantenendo sempre il giusto distacco. Solo quando vede i bambini si scioglie, li abbraccia e li bacia. È l’unica manifestazione fisica di affetto che si concede e si concederà per tutta la vita. 

Nel tempo si fa notare e la promozione, se così possiamo chiamarla, non tarda ad arrivare: le viene proposto di diventare direttrice del centro. 

Diviene una guida giusta e severa Esige che con lei lavorino solo donne “se vi sarà giustizia nel mondo a venire, le donne faranno le leggi e gli uomini faranno i bambini.” Questa è una delle frasi che ripete più spesso. 

E sotto la sua direzione il centro migliora incredibilmente. Intanto Pubblica libri, scrive per i giornali, grazie alla padronanza di 4 lingue, traduce volumi e romanzi, e intensifica la sua attività nel sociale. 

Francoforte però inizia a starle stretta e comincia a viaggiare. Incontra la comunità ebraica sparsa in tutto il mondo, ne difende i diritti. Viene a conoscenza di una tratta sottaciuta di donne ebree attirate con l’inganno in altri Paesi e costrette a prostituirsi. Le salva.

Nel 1904 fonda la lega delle donne ebree e intraprende una battaglia, oltre che contro gli sfruttatori, anche contro la sua stessa comunità che ritiene le donne esseri inferiori. 

Il suo corpo e la sua penna sono le armi che immola alla causa. Viaggia per conoscere e scrive per diffondere. 

Sopravvive a un interrogatorio della Gestapo ma subito dopo le sue condizioni precipitano

Muore il 28 maggio del 1936. Dopo aver dedicato una vita agli ultimi, all’attivismo e alla scrittura. 

Bertha ha salvato centinaia di vite e, seppure incompresa in vita, la sorte le ha risparmiato di sapere quello che accadde alle 93 studentesse del Seminario che aveva fondato. Tutte loro, quando udirono i nazisti annunciare che avrebbero trasformato il centro in un bordello, si fecero il bagno e poi inghiottirono del veleno. 

Quello che Berha ha fatto è sicuramente straordinario ma cosa la rende una protagonista di questa serie?

Per scoprirlo devo fare un passo indietro e raccontarvi di Anna, Anna O.

Siamo a Vienna, Anna ha 21 anni ed è nella ricca casa della sua famiglia. Suo padre è gravemente malato e viene chiesto a lei di assisterlo al suo capezzale.  

Le notti sono interminabili, uno stress che non può passare senza lasciare traccia e iniziano così ad affacciarsi i primi strani sintomi. Nel dicembre del 1880 la mamma di Anna, con suo marito morente, – per curarli – si rivolge a quello che a Vienna era chiamato il medico dei medici, un giovane e ambizioso dottore: Joseph Breuer. 

“Mia figlia – dice – soffre di isteria”. E a quei tempi l’isteria è considerata una malattia che colpisce esclusivamente le donne ma Breuer non la pensa così perché oltre ad essere un eccezionale diagnosta è anche un accademico assetato di ricerca, vede in Anna la paziente perfetta per il progredire dei suoi studi. Inizia così a visitarla prima sporadicamente poi sempre con maggior costanza. I sintomi che Anna mostra sono i più disparati: strabismo, cefalea, paralisi, comportamento e umore discontinui con accessi d’ira incontrollata, sonnambulismo, idrofobia, allucinazioni, compresenza di due stati di coscienza, difficoltà nel riconoscere le persone. 

Tutti sintomi che appaiono e scompaiono con una certa cadenza regolare.

Ogni visita di Breuer segue lo stesso rituale, il dottore ipnotizza la sua paziente e questa, sdraiata sul suo letto inizia a raccontare le storie di quello che lei chiama il “suo teatro privato”, il mondo immaginario nel quale si rifugia per scappare da una realtà troppo dolorosa. 

Le conversazioni tra i due si infittiscono e Breuer capisce che un universo si cela dietro la razionalità di Anna, che i suoi disturbi hanno origine durante il periodo di malattia del padre e soprattutto che basta far riemergere il ricordo dell’episodio scatenante perché il sintomo scompaia. Iniziano così quella che la stessa Anna, nei suoi momenti di lucidità, definisce la Talking Cure, la cura con le parole. 

Lunghe conversazioni, anche tre volte al giorno, durante le quali Breuer cerca di riportare a galla i ricordi e Anna, che fidandosi di lui, spalanca le porte delle sua mente.

Dopo quasi due anni di incontri quotidiani – nel giugno del 1882 -il processo di cura termina. Ogni sintomo di Anna  scompare. Una vittoria per Breuer e per la medicina.

Un collega e amico di Breuer è Sigmund Freud con il quale il medico dei medici condivide la sua ricerca. I due decidono di pubblicare gli studi e, per tutelarne la privacy della paziente, scelgono di sostituire il nome reale con uno di fantasia, optano per: Anna O.

Un nome che resterà inciso per sempre come la scintilla che ha dato vita alla psicoanalisi. 

È lei. Anna e Bertha, in realtà sono la stessa persona. 

La paziente zero che ha schiuso le porte dell’inconscio e l’intellettuale salvatrice degli ultimi.

Tutto questa parte che vi ho raccontato è documentata nel volume che Freud e Breuer pubblicarono nel 1985. Ma c’è un particolare che decisero di non narrare. Un particolare fondamentale.

Ora immaginatevi di essere in un film. La pellicola inizia a girare al contrario, la luce cambia e veniamo proiettati a quel pomeriggio durante il quale il dottor Breuer saluta la sua paziente per l’ultima volta. L’epilogo del suo libro su Anna. Le immagini mostrano Breuer che torna a casa e finalmente può rassicurare la moglie sul fatto che quell’impegno gravoso sia terminato. Il sole inizia  a tramontare e la famiglia si raduna intorno al tavolo, la cena è quasi pronta. La soddisfazione è palpabile ma un rumore di una carrozza che a velocità sostenuta si dirige verso casa Breuer rovina l’atmosfera. Il cocchiere ferma i cavalli e scende di corsa, bussa violentemente alla porta, chiede del dottore e consegna un messaggio arrotolato in una pergamena. “Venga al prima, Anna sta male”. 

Breuer si precipita dalla sua paziente come se aspettasse o sperasse in quel messaggio. Quando arriva incrocia lo sguardo della mamma di Anna, ormai la strada la conosce. Si muove tra i corridoi senza esitazione              e la trova distesa sul letto in preda a dolori lancinanti all’addome. Le ura sono violente, isteriche e prima che possa ipnotizzarla per un’ennesima volta sente chiaramente quello che Anna sta urlando, la causa dei suoi dolori. “Ecco, il bambino mio e del dottor B. sta nascendo”.

Un bambino, un figlio, un desiderio di amore e di un rapporto carnale. È troppo anche per lui. Breuer non regge il colpo, davanti quella scena che non lascia dubbi su quel meccanismo che lui stesso aveva costruito ma del quale è rimasto imprigionato, per la prima volta in vita sua, scappa. Freud lo chiamerà Transfert ma, come abbiamo più volte detto, non esisteva la parola e non esisteva il concetto ad essa collegato. 

Il suo libro non include questa scena, probabilmente avrebbe dimostrato la fallacia delle sue tesi e gli avrebbe fatto poco onore come medico ma quel che è accaduto dopo non possiamo saperlo. Ciò che di certo conosciamo è che – dopo un lungo periodo di internamento in un manicomio, 6 anni ad essere precisi, – a suon di morfina ed elettroshock – Anna torna sulla scena pubblica con il suo vero nome: Bertha Pappenheim. Non prima di aver distrutto ogni cosa, ogni scritto, ogni carteggio, riguardasse il suo passato. 

Io ve l’avevo detto: magneti. 

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