5 cose che ho imparato in una stagione da podcaster

Written by on 9 Luglio 2019

Qualche mese fa ho iniziato a registrare interviste quasi per gioco, rispolverando un microfono che da un paio d’anni prendeva polvere nell’armadio, e oggi mi ritrovo follemente innamorato del podcasting

Ieri ho programmato l’ultima puntata del mio podcast e realizzarlo è stata una delle più belle avventure che abbia mai fatto. Ricca di errori, certo, e anche di scoperte: umane e professionali. 

E dato che le liste piacciono a tutti voglio provare a fare la mia. 

Premetto che condivido praticamente tutte le cose che solitamente si dicono: registra più puntate prima di iniziare, programma tutto, crea i canali di distribuzione ecc. ecc. 

Sono verità praticamente assolute (e forse un po’ banali) e per questo ho scelto di rendere questo punto elenco un po’ più personale.

La speranza è che possa interessarti e, magari, esserti d’aiuto. 

Ogni tanto sembrerò sprezzante ma se parlo di errori è perché sono io il primo a commetterli. Detto ciò, buona lettura. 

5 cose che ho imparato
in una stagione da podcaster

1. Studiare è gratis

Iniziamo in modo soft: su questo punto non esistono scuse. 

Studiare prima di registrare è un dovere irrinunciabile e se si tratta di un’intervista allora la regola vale ancora di più considerando che bisogna essere preparati a navigare anche in territori sconosciuti, luoghi all’interno dei quali è l’intervistato ad essere al timone. 

Per lo studio poi non ci sono limiti, non c’è bravura o predisposizione. L’unica cosa che conta è quello che mio padre chiamava “olio di gomiti”. E non parlo di studiare la tecnica del podcasting, di registrazione, montaggio e quant’altro. Quello va fatto, per carità (e lo vedremo nel prossimo punto) mi riferisco all’oggetto della puntata.

Perché un episodio, qualsiasi episodio, va preparato nel minimo dettaglio. L’argomento va padroneggiato in ogni sfumatura perché niente può far male a un progetto come dire qualcosa di inesatto.

Io l’ho visto su di me. Le puntate migliori sono quelle per le quali ho passato più ore a studiare. E se questo punto può sembrare una banalità vi assicuro che non è così. Intanto perché studiare non è mai troppo, e da questo punto di vista si può sempre migliorare, e poi perché tante, troppe, volte ci imbattiamo nella mediocrità e alla mediocrità  si finisce con l’abituarcisi.

2. La forma è contenuto

Content is the king è una di quelle espressioni in cui ho sempre creduto ciecamente e continuo a farlo tutt’ora. Il contenuto, la storia, viene prima di tutto. 

Ma il contenitore, che ci piaccia o no, è a sua volta contenuto. E se da una parte già il podcast di per sé veicola un certo modo di comunicare, dall’altra sulla qualità dell’audio non si può scherzare. Non sto contraddicendo il punto precedente. Dico solo che non tutti possono o devono diventare sound designer, compositori, montatori e registi ma l’audio si deve sentire bene. La voce viene prima di tutto perché se si sente male, qualsiasi contenuto – per quanto regale – non avrebbe la forza per conquistare il trono. 

Un po’ come in 4 ristoranti di Alessandro Borghese: location, servizio e conto sono importanti ma se in un ristorante si mangia male c’è poco da discutere. La prima regola del podcasting è che si senta bene. Sigle, jingle, effetti, sono importani. Ma la voce ragazzi… la voce. Senza quella beh è fast food.

3. La superstar

Questo capitolo vale solo per le interviste ma è forse quello su cui ho incontrato maggiori difficoltà. Il punto è che la superstar non sei tu. La superstar è  l’intervistato.
Per quanto il mio progetto si regga su dei dialoghi che sono chiacchierate più che interviste canoniche, e nonostante io passi molto tempo a studiare come impostarle, la bravura vera – ho scoperto – consiste nel mettere tutti gli elementi a servizio della storia. 

Ego (e chi si espone facendo un podcast di sicuro ne ha);  preparazione; voglia di farsi apprezzare; scopi legittimi e collaterali del podcast, devono fare un passo indietro per lasciare spazio a quello che noi stessi chiamiamo l’ospite della puntata. 

E la strada per l’ospitalità è a senso unico.

Perché il rischio che si corre, soprattutto che io corro, è quello di finire con con l’intervistare se stessi.

Tanti giornalisti, in particolare in TV, ci hanno abituato a delle domande così contorte e complesse che rendono la presenza dell’intervistato assolutamente pretestuosa all’affermazione personale. E, secondo me, non c’è niente di più sbagliato. 

Attenzione, non dico che sia sbagliato voler apparire. Dico che se si hanno ambizioni di protagonismo, allora bisogna fare attenzione alle interviste, come format e nelle modalità.

4. La curva della costanza

Mettersi in gioco porta degli effetti spesso inaspettati e questa è la scoperta più bella e importante che ho fatto da quando ho iniziato.

Io, dopo le prime puntate, ho addirittura cominciato a lavorare con la voce. Mi hanno chiesto di registrare dei voice over, di scrivere degli articoli e un po’ di altre cose che, se mi fossi messo a tavolino, non avrei mai immaginato potessero essere per me delle fonti di entrate economiche. Credo sia naturale però avere una piccola esplosione durante le primissime settimane e il problema, come sempre, è quello della costanza. 

Delle proposte arrivate inizialmente infatti, che avevano generato non poco entusiasmo, ho via via scoperto che in buona parte erano poco serie o che si sarebbero rivelate una perdita di tempo a fronte dell’impegno richiesto. E che quelle poche che generavano introiti non erano destinate a crescere rapidamente.

Quello che sto dicendo è che, questa volta a differenza delle start-up, il processo che va da 0 a 1 è molto più facile rispetto quello che va da 1 a x

Per la mia esperienza infatti posso dire che “appena si mette la testa fuori” si viene notati da una buona vastità di soggetti interessati. Poi però, per un salto di qualità, ogni gradino diventa più difficile.

Le motivazioni e le idee calano in modo inversamente proporzionale alla stanchezza e quindi rieccomi a citare l’inizio del capitolo. Non ho una risposta ma l’unica strada che vedo è la costanza. 

5. Le temutissime statistiche

Si leggono quasi sempre due frasi quando si tratta di start-up (e qui proviamo a trattare un nuovo podcast come se fosse una startUp):

  1. se un progetto funziona te ne accorgi subito
  2. per il primo anno concentrati sul prodotto e ignora le statistiche

Ecco, trovare un equilibrio tra le due variabili non è di certo cosa facile. Risparmiamoci dal dire che le statistiche non devono diventare una droga. Mi sembra un’ovvietà.
Chiediamoci piuttosto come capire se il progetto sta decollando o meno, calibrando i risultati e le ambizioni. 

Io le mie statistiche non le guardo. E non lo faccio per filosofia ma per paura. I numeri ad ora non solo alti e questa cosa non mi piace. 

Allora ho scelto che utilizzerò gli analytics per la seconda stagione, quella che partirà da settembre, quella nella quale cercherò di non ripetere gli errori di cui, finora, vi ho raccontato.

Il consiglio quindi, quello che ho imparato, è che gli obiettivi che ci diamo devono essere realistici. Che internet è bella perché si può testare, provare e riprovare. 

Che nel mondo dei podcast, come nello sport, prima della partita (che per carità poi si può vincere o perdere) per non farsi male è meglio fare un po’ di riscaldamento.

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