Fyre Festival: 5 lezioni + 1 dal fallimento di Billy McFarland

Written by on 1 Febbraio 2019

Fyre Festival


5 lezioni di business ispirate dal fallimento di Billy Mcfarland e raccontato documentario Netflix



Billy Mac Farland ha quasi 30 anni e non è uno stupido, come non sono stupidi tutti i truffatori di un certo calibro. Nella sua vita ha avuto due grandi meriti: quello di essere diventato  uno tra i migliori venditori al mondo e quello di aver saputo interpretare perfettamente la generazione dei millenials. A queste note “positive” si aggiunge poi un enorme demerito, quantificabile in qualche decina di milioni di dollari e chiamato Fyre Festival.

Perché Billy nel 2016, dopo aver dato vita a Magnesis (una carta di credito in metallo per adolescenti che dava accesso a una moltitudine di servizi accessori tra i quali: party riservati, consierge h24, biglietti per eventi ecc.) ha deciso di fondare una nuova start up, Fyre.

Una piattaforma per eliminare l’intermediazione tra gli organizzatori di eventi e le star dello show business. Un’idea semplice quanto efficace, validata dalla presenzza nella compagine sociale dal rapper (mediamente famoso a fine anni ‘90) Ja Rule.

E un giorno, mentre sorvolavano le Bahamas, entrambi vennero folgorati da un’idea non particolarmente più folle di quelle che avevano di solito: per il lancio di Fyre avrebbero realizzato il più grande ed esclusivo festival musicale al mondo. Su un’isola, su quella che era appartenuta a Pablo Escobar.



E così, senza troppe ore spese a fare i calcoli, i due decidono di mettersi a lavoro e contattano  10 tra le modelle/influencers più celebri della rete promettendo a ciascuna di loro 250mila dollari in cambio di qualche giorno sull’isola per registrare lo spot ufficiale e qualche post su Instagram.

Grazie a una delle più grandi campagne instagram della storia, in 24 ore il Fyre Festival vende il 96% dei biglietti totali, con pacchetti mirabolanti dai 150 dollari ai 250mila.

L’organizzazione però, incassati i soldi, si scontra con i problemi non preventivati tipici dell’event managment e di una pianificazione frettolosa. Ostacoli che, andando avanti, diventano insormontabili tanto far annullare il Fyre Festival dopo che il primo giorno si era rivelato “l’esperienza più brutta della vita” per quasi tutti i partecipanti.

Le ville promesse infatti si erano trasformate in tende da campo, le cene stellate in sandwich da mensa e la musica in rumore.

Quello di Billy, raccontanto dal bellissimo documentario Netflix, è un fallimento totale che dimostra come un bravo imprenditore sia molto di più che un ragazzo spumeggiante armato di buona retorica.



In questo articolo però, anziché concentrarmi sulle cause, provo a estrapolare dalla sua storia 5 lezioni + 1 che possono essere utili per chi si muove nel mondo del business.


le 5 lezioni


1. Marketing e prodotto


Billy McFarland è un grandissimo venditore e anche le capacità che ha dimostrato nel saper trattare con gli investors sono da imprenditore top di gamma. Ma il commerciale è un pezzo di un’azienda, fondamentale ma una parte. Troppo spesso prodotto e marketing non vanno di pari passo perché al secondo che viene riservata una partenza posticipata rispetto al primo e lo si tende ad immaginare come uno strumento da utilizzare per una durata limitata nel tempo.
Ryan Holiday, trentunenne autore bestseller americano specializzato sul growth hacking , dice che “il marketing è un qualcosa che va costruito internamente al prodotto”. Il Fyre ha fatto l’esatto contrario, Billy ha costruito una bomba, perché la potenzialità del marketing è proprio questa, che però, senza sicura, gli è esplosa tra le mani. Concentrarsi sul marketing a discapito del prodotto è stato ovviamente fallimentare.


2. I grandi imprenditori


Ho sempre immaginato i grandi imprenditori, quelli seriali per intenderci, come non necessariamente super esperti di ogni business all’interno del quale si destreggiano. Sono però allo stesso modo sicuro che posseggono una capacità ancora più complessa del nozionismo (oltre che uno state of mind vincente), quella di scegliere le persone giuste per lasciarsi guidare e mantenere allo stesso tempo il comando del timone.
Billy, coerentemente con la sua figura, si è dimostrato arrogante, ignorando e allontanando tutti i collaboratori che evidenziavano le evidenti criticità di un progetto vuoto e circondandosi invece di  amici più che di professionisti pronti a lodarlo e a seguirlo – a qualsiasi prezzo – in un’avventura iniziata in modo folle e terminata peggio.


3. Il mazzo di carte


Billy aveva più carte nel suo mazzo, Fyre e magnesis. E il Festival era una via di mezzo tra un’enorme campagna promozionale (e che quindi come tale non doveva necessariamente generare profitto immediato) e uno strumento per risollevare le sorti della sua Magnesis che non stava navigando in ottime acque (offrendo il più grande benefit che avesse mai proposto, ovvero biglietti scontati per l’evento più cool del pianeta). Se da una parte però è vero che è nelle intersezioni che nascono le innovazioni, è altrettanto valido sostenere che i grandi imprenditori le intersezioni le padroneggiano e non si lasciano soffocare. Billy, si è lasciato ingolosire dall’idea di “prendere due piccioni con una fava” e la cosa lo ha fatto sedere di diritto in un tavolo da gioco di cui però non conosceva le regole. Quello del vero business, fatto da punti di contatto e luoghi di scambio e non solo vendite, marketing e raccolta fondi.


4. Il pricing


Che Billy sia strafottente lo si capisce dal sorriso e non ha certo messo da parte questa sua caratteristica per il pricing dei pacchetti fyre. Ha venduto il nulla, o meglio una promessa poco strutturata, a migliaia di persone a e prezzi esorbitanti. Poi certo, se il prezzo valesse o meno la millantata offerta potremmo discuterne per ore senza trovare una soluzione ma, come si dice, una cosa vale tanto quanto qualcuno è disposta a pagarla. E partecipare ad alcuni eventi costa.
Lui però ha utilizzato il Pricing come uno strumento. La sua intenzione, da subito, era quella di sottolineare l’esclusività del Festival. Lo ha fatto con la comunicazione e lo ha ribadito con il prezzo tramite un’operazione estramamente coerente che gli ha permesso inoltre di generare un importante cash flow (evidentemente mal gestito ma che comunque avrebbe potuto dare quell’ossigeno necessario affinché tutto si concretizzasse).


5. L'influencer Marketing


Il confine tra una bugia ascoltata da milioni di persone e una verità recepita da poche decine è molto, molto sottile. L’autorevolezza in fin dei conti è proprio questa. Billy ha dato vita a una campagna, forse la più grande campagna Instagram mai avvenuta, che di certo non brillava per creatività ma che si è dimostrata – nel suo intento – perfetta.  La combinazione tra gli influencer e un messaggio incentrato sul cerchio del “perchè” (leggi questo articolo per approfondire il tema dei tre cerchi della comunicazione) gli ha permesso di andare sold out nel giro di pochissime ore.



5 + 1 Le brutte notizie


Il Think Postive tipico della Silicon Valley è un senza dubbbio un valore ma tra il cercare di risolvere i problemi e l’ignorarli nella speranza che questi scompaiano da soli c’è motla differenza. Billy non solo li ha ignorati ma ha anche posticipato, fino all’inevitabile, la comunicazione della loro presenza. Questo può capitare non solo sul lavoro ma una brutta notizia prima la si dà e meglio è. Certo, ci si rimette un po’ di faccia, di reputazione e – probabilmente – di soldi. Ma perlomeno non si finisce in galera. Avesse messo da parte un po’ d’orgoglio forse oggi avremmo un FyreFestival con un’edizione zero posticipata di un anno. Così non è stato.



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