Salvini come Steve Jobs

Written by on 25 Gennaio 2019

Salvini è l’unico che ha capito e messo in pratica il cerchio d’oro di Sinek



Prima c’erano i partiti.


Poi è stato il decennio dei programmi che però, a un certo punto della loro storia, sono diventati intercambiabili. Oggi viviamo nei giorni di chi ha capito Simon Sinek.



Simon Sinek


Simon Sinek è uno uno scrittore britannico, naturalizzato statunitense, esperto in comunicazione e leadership; e cercando su YouTube il suo nome appare come primo risultato il discorso dal titolo “How Great leaders inspire action” tenuto nel 2009 ad un Ted.



Durante quello speech Sinek individuò nei grandi leader la capacità straordinaria, di incentrare la propria comunicazione sul più piccolo dei tre cerchi concentrici che, nel suo schema, corrispondono alle domande che cosa? come? e perché?

Sostanzialmente, secondo Sinek – tutti i capitani, sanno che cosa stanno realizzando (o cosa vogliono realizzare), non tutti conoscono il come, quasi nessuno sa il perché.

E aldilà di quanto sia importante per ciascuno rispondere a questa domanda –  che può riguardare tanto un’idea di business quanto questioni decisamente più esistenziali – la differenza tra chi padroneggia tutte le risposte e chi ne ha una detenzione parziale, si ripercuote prepotentemente in termini di comunicazione e quindi di successo.



Sinek porta l’esempio della Apple nel 2009 – con un Jobs al massimo della forma – e della sua strategia promozionale che, a differenza degli altri big players del mondo tech, faceva leva in primis sul “perché”.

Il messaggio standard da Cupertino infatti era riassumibile in tre punti:

  • “In ogni cosa che facciamo cerchiamo di sovvertire l’ordine delle cose. Crediamo nel pensiero alternativo”PERCHE’
  • “Cambiamo lo status quo realizzando telefoni user friendly, avvicinando l’uomo alla tecnologia e la tecnologia all’uomo”COME
  • “Con cosa lo facciamo? Beh, ovvio: con l’iPhone”CHE COSA

Secondo Simon Sinek è stata questa inversione della comunicazione classica, la leva vincente di tanti casi di successo: da Jobs ai fratelli Wright a M.L. King.

Online è facilissimo trovare articoli di commento allo speech e di certo i libri di Sinek spiegano meglio di qualsiasi cosa possa fare io il suo pensiero ma la questione diventa decisamente più interessante sovrapponendo il “suo” modello alla situazione politica attuale. In fin dei conti se nel marketing si applicano le neuro-scienze, studiando come le scelte di acquisto si concretizzino in virtù di impulsi emozionali più che di scelte razionali, perché questo discorso non dovrebbe valere per la politica?

Certo, sarebbe triste ma gli ultimi 5 anni a livello mondiale non lasciano molti margini di manovra al pensiero di “poeti e sognatori”.


Ma tornando a noi, la domanda è: il governo giallo-verde, i due vice-premier, gli attuali segretari di partito sono “grandi leader in grado di ispirare”?



Matteo Salvini



Il volto del carroccio ha senza dubbio capito e messo in pratica il pensiero di Sinek. E lo ha fatto partendo direttamente dal perché.

Lo slogan che lo ha accompagnato infatti durante la campagna elettorale, e lo accompagna tuttora, è stato #PrimaGliItaliani.

Come a suggerire, in modo non velato, che qualsiasi azione di governo sarebbe stata incentrata sul tutelare l’interesse nazionale e nazionalista. Una strepitosa risposta preventiva a qualsiasi tentativo di contro argomentazione.


“Perché non fai attraccare quella barca?”
“Perché #PrimaGliItaliani”


Una frase peraltro che oltre a posizionarsi con pieno titolo nel cerchio d’oro, compie due operazioni – in termini di marketing – monumentali.

Da una parte tira una linea netta di demarcazione: se c’è un prima c’è un dopo, se gli italiani valgono di più e sono più meritevoli di attenzione è solo perché qualcun’altro vale di meno. (Mi viene in mente quell’episodio in cui Pippo disse a Topolino “Chissà perché le discese viste dal basso, somigliano tanto alle salite”).



Salvini quindi sostenendo con semplicità (e semplificazione) una tesi è riuscito anche a annichilire quella antagonista.

Dall’altra ha fatto passare come alternativi dei concetti che alternativi non sono, creando delle fazioni agguerrite e, paradossalmente restringendo il target, dando vita a un gruppo coeso unito da un concetto semplice, falso e dirompente.

La definizione a cui sono più legato di politica è quella che la definisce come “l’arte che, se ben fatta, migliora la vita di tutti.”

Eppure lui, con una sola frase, ha contrapposto due visioni del mondo, distrutto il concetto di politica, criticato senza criticare, spostato la discussione su un unico argomento, alimentato l’istinto dell’elettorato e – cosa più importante – vinto le elezioni.



Matteo Renzi



Sull’altra sponda del fiume invece ha viaggiato Matteo Renzi che dopo il suo momento di gloria, nato grazie a una strategia che faceva leva sulla figura del rottamatore e quindi sul perché (“votatemi così rottamiamo la vecchia classe dirigente”), ha visto schiantarsi terribilmente il suo sogno di essere rieletto passando dalle elezioni.

Buona parte delle responsabilità, oltre quelle evidentemente politiche, sono da imputare alla strategia di comunicazione dato che se la potenza del “perché” è quella di unire trasversalmente, focalizzarsi sugli altri due punti può portare alla frammentazione del proprio elettorato. Si pensi ad esempio alle unioni civili (un che cosa), tema affrontato dal Governo Renzi ma che ha spaccato l’intera nazione e si è ripercosso, così come altri, sul voto successivo.

Lo spot elettorale della famiglia in auto è esemplare e ricalca perfettamente il modello di Sinek. Una famiglia tipo in auto con il padre al volante che sostiene di non voler più votare PD, I due ragazzi dietro che leggono da uno smartphone (usato per dare una spruzzata di modernità) cosa ha fatto il governo Renzi, per poi poi arrivare a enumerare i punti del programma per il futuro, arrivando solo alla fine al perché, esplicitato da uno slogan debole (affidato allo stesso Renzi) come: “non fermiamoci adesso. Avanti!.”



C’è da sottolineare che così come nel mondo del business, in politica confermarsi è più difficile che vincere lo start up.  Politica e marketing si sono fuse in un’unione all’interno della quale la prima ha preso in prestito le dinamiche distintive della seconda. Siamo negli anni in cui una campagna elettorale non è troppo diversa da un advertising canonico e anche l’ultimo baluardo è si è piegato all’irruenza del capitalismo. Il politico, bene o male, è diventato un prodotto da acquistare.

E in politica, come in ogni sistema capitalista, la moneta è il fulcro di ogni cosa, è proprio il soldo lo strumento in grado di capovolgere la bussola che traccia la rotta della comunicazione



Luigi Di Maio



Luigi di Maio, con i 5 stelle, ha percorso entrambe le vie. La prima, quella che parte dal perché per andare verso l’esterno, grazie al passato e all’essenza del movimento stesso. (Votatemi perché siamo onesti e non siamo mai stati al Governo. Dateci un’opportunità). E la cosa era tutto sommato prevedibile.

La seconda, quella che inizia con il che cosa per arrivare al perché, grazie alla freccia più potente della sua faretra: il reddito di cittadinanza.

La promessa elettoralmente più interessante dei penta stellati infatti non ha solleticato la curiosità degli italiani sulle motivazioni che l’hanno portata a nascere. Qualcuno si è calcificato sul controbattere “numeri alla mano” l’insostenibilità economica della proposta (e quindi sul come). La verità però è che in questo caso l’unica cosa che interessava davvero conoscere è il “che cosa”, o per meglio dire “il quanto”. Un quarto cerchio che Sinek, per fortuna, non aveva considerato.


CONCLUSIONI

È vero, non c’è niente di più nobile che esprimere il proprio voto in virtù di un valore condiviso, di un perché forte alla base di una condivisione sincera.

Mi piacerebbe però che ci venissero proposti dei perché autentici e non, come sembra siano quelli di oggi, costruiti a tavolino per ricalcare un modello “markettaro” vincente.


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