Partita della morte – la vera storia di Fuga per la vittoria

Written by on 15 Dicembre 2018

Il film “Fuga per la vittoria”, di John Huston con Sylvester Stallone, è ispirato a una storia realmente accaduta: La partita della morte. Una match durante il quale 11 prigionieri ucraini contro sconfissero la squadra degli ufficiali tedeschi e l’intero regime nazisti.

Da piccolo ho conosciuto Pelè grazie a Fuga per la vittoria e, non avendo molta cognizione del tempo, ero convinto che fosse stato davvero in un campo di concentramento durante la seconda guerra mondiale. Più avanti ho letto che Stallone “se la tirava” sul set e che la scena del rigore parato non era prevista dalla sceneggiatura originale ma che era stata scritta ad hoc per placare le smanie dello “stallone italiano.” Poi, qualche tempo fa, ho scoperto che il film è tratto (molto liberamente) da una storia realmente accaduta e allora ho deciso di raccontarla!

Questo era lo script originale

 

Angelo Astrei racconta:
La partita della morte

Nel 1981 uscì nelle sale un film di John Huston, il regista di Mouline Rouge per intenderci, che ha segnato più di una generazione di giovani ragazzi. Migliaia di uomini di tutte le età infatti, sui campi in terra delle periferie, hanno fantasticato di sognare un gol in rovesciata come quello del pareggio tra la squadra degli alleati e quella dei nazisti, che, nel film, sigla non un attore ma forse il più grande calciatore di tutti i tempi: Edson Arantes do Nascimento, meglio conosciuto come: Pelé.

Quella del film infatti è una rete i cui effetti non si ripercossero solo sul campo da gioco ma che cambiò la vita di molti uomini coraggiosi e forse, addirittura, l’esito di un guerra mondiale.

Ovviamente stiamo parlando di Fuga per la vittoria.

 

John Huston – regista del film “Fuga per la vittoria”

Girare quel film per Huston non fu facile, dovette insegnare agli attori a giocare a calcio e ai calciatori a recitare. E tra i tanti nomi celebri presenti sul set c’era anche un tal Sylvester Stallone, fresco del successo dei primi due capitoli di Rocky, accompagnato costantemente dal suo smisurato ego.

Stallone infatti, che interpretava il portiere della squadra degli alleati, rifiutò di avere un personal coach che gli spiegasse come comportarsi tra i pali e si incrinò più volte le costole durante le riprese. La cosa lo portò a dichiarare:

 

girare Fuga per la Vittoria fu fisicamente più impegnativo di Rocky.

Ma non finisce qui. Tutta la troupe si mobilitò per placare le sue smanie, spiegandogli  che, calcisticamente parlando, sarebbe stato fuori luogo che proprio il portiere segnasse il gol della vittoria.  Ma c’era poco da fare. Stallone voleva essere il protagonista indiscusso e soltanto dopo settimane di trattative si giunse al compromesso. Il rigore che Hatch para alla scadere del 90’ minuto non era previsto dalla sceneggiatura originale ma cucire una scena ad hoc fu l’unica soluzione per placare l’ego di Stallone.

Ma aldilà di queste curiosità non tutti sanno che il film è liberamente ispirato, molto liberamente, a un fatto realmente accaduto. Una evento che ha avuto la storia, quella con la S maiuscola, come sceneggiatrice.

 

Siamo nel 1941 e i nazisti hanno da poco occupato la capitale ucraina durante il loro percorso di conquista dell’est Europa. La città cade a pezzi e tutti i suoi abitanti muoiono di fame. Alcune testimonianze raccontano di come a Kiev in quel periodo non si trovassero per strada neppure più animali randagi: cani, gatti, topi…

Ognuno vendeva quel poco che aveva a disposizione pur di ottenere un pezzo di pane. Ognuno tranne Makar Goncharenko, un ex calciatore della Dynamo Kiev, la squadra allora più forte della nazione. Goncharenko, che di corporatura era piccolo e agile, restava convinto che il calcio lo avrebbe salvato. E proprio in virtù di questo “credo” non barattò mai i suoi scarpini per un pasto. Ma su questo ci torneremo dopo.

Tra il 29 e il 30 settembre di quell’anno si consuma uno dei  più grandi massacri dell’olocausto. A pochi Km da Kiev infatti, nella gola di Babi Yar per essere precisi, vengono trucidati 33.771 ebrei. E questo è l’unico numero che abbiamo a disposizione, grazie ad un rapporto spedito dagli stessi tedeschi a Berlino. La cosa lascia presumere che le vittime fossero molte, molte di più.

È in questo clima che, nella primavera del ’42, i tedeschi si accorsero che non potevano permettersi il “lusso” di una città di zombie ma che avevano la duplice necessità di avere a disposizione forza lavoro e dimostrare che l’invasione nazista non era così terribile come si diceva. Per questo motivo scelsero di ristabilire tre servizi fondamentali per Kiev: i fiorai, il tram e il calcio.

Lo sport, in ogni epoca, è sempre stato uno strumento fondamentale di affermazione e propaganda. Basti pensare che nel 1936, a guerra non ancora iniziata e con le olimpiadi proprio a Berlino, il Fhurer si vide sconfiggere nella regina delle gare di velocità da un americano e per giunta di colore: Jessie Owens. La leggenda vuole che Hitler abbandonò lo stadio prima della premiazione rifiutandosi così di stringergli la mano. Certo, non lo fece mai neanche l’allora presidente Roosevelt ma questa è decisamente un’altra storia.

È in quella Kiev, che provava forzatamente a rinascere, che appare un altro personaggio nella nostra storia: Jospeh Kurdik.

Un uomo che godeva di lontane origini tedesche e la cosa lo agevolò  non poco nel rapporto con gli invasori tanto che gli lasciarono gestire uno dei principali panifici della città. Ma la sua più grande passione non era la cucina, Joseph andava pazzo per il calcio. E per questo, quando gli apparve davanti quasi casualmente, e in evidente necessità di essere aiutato, Mycola Truscevic, storico portiere e capitano della Dynamo, non si interrogò due volte.

 

“Vieni, posso aiutarti. Ho un lavoro per te.”

Truscevic iniziò a lavorare nel panificio, cosa che gli permetteva di poter mangiare e avere un posto caldo dove poter riposare. Mentre Kurdik, tra un’infornata e l’altra, provava a carpire segreti di gioco e piccoli scoop di quello sport che tanto lo appassionava. Fino a che: una folgorazione.

 

“Se ne ho aiutato uno, posso aiutarli tutti.”

Kurdik, con l’aiuto di Truscevic, riuscì a contattare molti dei sui idoli e prese a lavorare nel panificio 8 ex calciatori della Dynamo e 3 della Lokomotiv. Un numero non casuale. Otto più tre. Undici. Undici come una vera squadra.

E quando Kurdik venne a sapere che i tedeschi volevano organizzare un campionato di calcio, il collegamento fu facile. Sfruttò i suoi contatti tra i generali nazisti e permise ai suoi ragazzi di iscriversi al torneo.

Serviva però un nome ufficiale e dal panificio scelsero: F.C. Start.

11 ex-calciatori oramai panettieri, non uno di più. Senza completi ne scarpini (è vero, uno di loro gli scarpini li aveva conservati), denutriti e affamati di riscatto. Pronti a fare ancora una volta la cosa che gli usciva meglio: giocare a calcio.

 

Il campionato era composto da 6 squadre, oltre lo Start infatti  c’era quella dei collaborazionisti ucraini, quella degli ungheresi, quella dei romeni e due per i tedeschi: i soldati semplici e gli ufficiali.

Il 7 giugno del 1942 lo Start scese in campo per la prima volta. Contro i collaborazionisti. Lo stadio centrale di Kiev era gremito per il calcio d’avvio di quel torneo che aveva, grazie allo start, il profumo di un po’ di libertà.

La squadra di Truscevic vinse facilmente, 7 a 2 il risultato finale. Per “i ragazzi del panificio” fu festa grande ma non per i tedeschi che provarono ad escluderla dalla competizione. Era un pericolo troppo grande per essere sottovalutato. Grazie alla mediazione di Kurdik però si giunse, come spesso accade, a un compromesso. Lo Start non sarebbe stato squalificato ma avrebbe giocato le restanti partite in infrasettimanale e non nello stadio principale ma in una struttura più piccola, periferica. Così, per tenere un’eventuale ascesa in sordina.

La partita successiva si giocò il 21 giugno del ’42. Lo Start contro gli ungheresi. La vittoria fu scontata, 6 a 2 per “i ragazzi del panificio” che poi sconfissero per 11 a 0 i romeni, nel match di qualche giorno dopo.

Tutta Kiev parlava dello Start, addirittura il giornale di regime venne costretto a pubblicare i resoconti delle partite.

Truscevic e i suoi vinsero facilmente anche l’altra partita, fino al 6 agosto del 1942.

È un giovedì pomeriggio e lo Start deve affrontare la Flakelf, la squadra degli ufficiali tedeschi e la diretta rivale per la corsa al “titolo”.

La partita inizia tra i pochi spettatori che lo stadio Zenit può contenere e con centinaia di persone fuori. Senza difficoltà gli ucraini si impongono con un pesante 5 a 1 a danno dei nazisti che escono così dal campo sconfitti e umiliati. È festa grande.

Il rientro in città è trionfale.

Passata la notte però Kiev si risveglia l’indomani sommersa di manifesti attaccati ovunque. Annunciano una partita, un’altra: la finale di ritorno. Attenzione… non la rivincita, la finale di ritorno.

 

In programma per Domenica 9 agosto, questa volta allo stadio centrale. A sfidarsi saranno ancora una volta lo Start e la Flakelf. All’epoca le locandine erano solite riportare oltre i nomi delle squadre, le date e il luogo dell’incontro, anche le formazioni che sarebbero scese in campo. Quella volta però mentre sotto la squadra del panificio erano scritti i nomi degli 11 titolari, sotto il nome del team nazista, campeggiava un’unica e semplice frase: invariata rispetto la partita precedente. Ovviamente non fu così.

Quei due giorni servirono ai nazisti per radunare i più forti atleti tedeschi impegnati sul fronte e farli convergere verso la capitale ucraina, riformare la Flakelf e dimostrare, una volta per tutte, la superiorità ariana.

A “i ragazzi del panificio” invece in qui due giorni non succede niente, o quasi. Si dice che Truscevic abbia ritrovato in un magazzino abbandonato dei completi da calcio. Invernali e rossi, rossi proprio come i sovietici.

Arriva domenica e la partita è pronta a prendere il via.

È un pomeriggio di silenzio. Non c’è nessuno in strada ma stavolta non per paura delle bombe. C’è il calcio.

Lo stadio registra il tutto esaurito e il pubblico è diviso tra sostenitori dello start e generali nazisti.

Prima dell’inizio della partita l’arbitro, un generale delle SS, scende negli spogliatoi e parla chiaro allo Start. Sarà una partita pilotata, lo Start deve “lasciar passare” gli avversari e rendere la sconfitta obbligata il più verosimile possibile. E prima di andare un altro, ultimo, annuncio. “Prima di iniziare ci sarà il saluto. Ricordatevi, dovete tendere il braccio e urlare Hi Fhurer!”

Pochi minuti e le squadre sono schierate al centro del campo, la Flakelf saluta le autorità con il braccio teso mentre lo Start si rifiuta di seguire quel suggerimento. E scegli di dire un’altra frase, un motto, un urlo di battaglia. Gli undici in rosso infatti urlano all’unisono: Fitzcult Hurà. Una specie di viva la cultura fisica.

 

Non è il migliore dei modi per iniziare ma l’arbitro, puntuale, fischia il calcio di inizio. E l’andazzo è chiaro sin da subito. I tedeschi godono di favori smisurati. Già intorno al decimo minuto, il portiere dello start, prende un calcio sul viso da un attaccante tedesco ma per l’arbitro è tutto regolare. Non ci sono sostituzioni, Trusevic deve necessariamente restare in campo per non lasciare i suoi compagni in inferiorità numerica ma è talmente rintronato che al primo tiro prende goal. Start 0 – Flakelf 1.

I minuti successivi scorrono veloci, con i giocatori in rosso che vengono abbattuti da interventi mai reputati fallosi dall’arbitro, ogni qual volta provano ad avvicinarsi all’area di rigore avversaria.

E al 27^ minuto è Ivan Kuzmenko ad avere l’idea.

 

“se appena ci avviciniamo ci buttano giù allora dobbiamo segnare senza avvicinarci.”

Ivan era un giocatore sgraziato, che di certo non faceva della tecnica la sua arma principale. Giocava nella Dynamo anche se era più frequente che scaldasse la panchina piuttosto che solcasse il rettangolo di gioco da titolare.  Fu così che prese la palla sulla fascia sinistra, non lontano dalla linea di metà campo. Scartò due centrocampisti tedeschi e calciò con tutta la forza che aveva nelle gambe da una distanza siderale. Una potenza mai vista. Goal. 1 a 1.

Goncharenko, quello degli scarpini, a quel punto sale in cattedra. Il goal del pareggio aveva ridato fiducia a “i ragazzi del panificio” che infatti andarono all’intervallo sul risultato di 3 a 1. Con una doppietta proprio di Goncharenko.

Ma durante l’intervallo un altro uomo scese negli spogliatoi. Non era l’arbitro ma un ufficiale con la svastica al braccio accompagnato questa volta da un traduttore. Si congratulò per il tipo di gioco espresso dallo start ma si augurò anche che la partita finisse in modo diverso, lasciando così intendere che sarebbe stato meglio per tutti.

Le squadre tornano in campo. I ragazzi dello start sono tramortiti, impauriti. Talmente tanto che prendono due goal nel giro di pochissimi minuti. 3 a 3.

Poi, un gioco di sguardi, un’alchimia magica, forse un coro partito dai 3000 della curva che sostenevano “i ragazzi del panificio”. Lo start riprende a giocare e lo fa proprio come sa farlo. 4 a 3, 5 a 3. Poi l’incredibile.

Un giocatore in maglia rossa si avventura in una serpentina indicibile, scarta 6 giocatori tedeschi compreso il portiere. Si ferma, con il pallone, sulla linea di porta oramai sguarnita, getta uno sguardo di sfida verso la tribuna che ospitava i gerarchi Nazisti e calcia la palla non verso la rete ma verso il cerchio di centrocampo.

 

“Possiamo vincere anche senza segnare.”

Un messaggio velenoso.

L’arbitro, impotente di fronte il divario tecnico tra le due squadre, fischia con largo anticipo la fine della partita.

Lo start, gli 11 denutriti, gli 11 panettieri, avevano sconfitto i tedeschi. Avevano vinto loro e aveva vinto Kiev, a danno della Flakelf e, purtroppo per loro, di tutto il regime nazista.

Per una notte Kiev rivive l’ebrezza della vittoria. Sogna ad occhi aperti sulla possibilità di sconfiggere l’invasore, in fin dei conti: sul campo era avvenuto. Ma i sogni a volte non sopravvivono alla notte.

Il 10 agosto Sviridonsky, uno dei calciatori dello start, entra nel panificio con la faccia di chi sa quello che sta per accadere: tutto ciò che temevano si stava concretizzando. Appena fuori dal portone infatti c’era una camionetta, un interprete e un ufficiale della Gestapo. Erano venuti a prenderli.

 

I nazisti non lasciano passare neppure 48 ore che 8 degli 11, più Kordik, sono al campo di concentramento di Siraz. Torture e lavori forzati. Nicola Koronky fu il primo a morire, fucilato, con la scusa di aver collaborato con i russi. Il 20 febbraio del 43, vennero uccisi Truscevic, Klimenko e Kuzmenko.

Dei tre che sono riusciti a scappare se ne sa poco. Uno di loro venne addirittura condannato nel 1948 a 25 anni di carcere dai russi che intanto si erano ripresi l’ucraina. Stalin infatti era solito dire:

 

“non abbiamo prigionieri di guerra, solo uomini che hanno tradito la loro patria.”

Giocare quella partita significò morire o passare per traditori.

Anche Goncharenko si salvò ma solo molti anni dopo decise di raccontare. Disse che non gli piaceva chiamarla partita della morte, preferiva: partita della speranza. Perché Kiev quella notte aveva davvero sperato.

Alcuni oggi sostengono che quello che vi ho appena raccontato sia un racconto costruito ad arte per fare propaganda. E oramai non si sa neanche più da chi. Ma è di certo uno di quei rari casi in cui la leggenda diventa più vera della verità.

Oggi, nella capitale ucraina, esistono tre monumenti dedicati a “i ragazzi del panificio”  Uno a Siraz che raffigura un pallone da calcio che rompe un cubo nero. L’altro allo stadio periferico della città, che oggi si chiama Start Stadium, e rappresenta un calciatore che uccide, sempre con il pallone da calcio, un’aquila.

 

L’ultimo invece è appena fuori lo stadio centrale: un enorme blocco di pietra con 4 calciatori scolpiti e la dedica incisa: A uno che se lo merita.

Non si sa nella precisione a chi sia riferita: Truscevic, il portiere capitano e anima dello start? Ghoncharenko, uomo della doppietta del sorpasso. Non si sa e importa poco.

Il communication manager della Dynamo qualche tempo fa ha detto che non ci sono prove definitive che questa partita sia avvenuta. Ma che tutti loro, anzi tutto il mondo preferisce continuare a credere nella leggenda.

Il cinema solitamente, attraverso la finzione, racconta uno spaccato di verità e mitizza avvenimenti realmente accaduti. Questa volta però il film di Huston, con gli altri che hanno parlato di questa storia, ha compiuto un’operazione ancora più complessa. Ha contribuito a trasformare una leggenda in realtà.

Si dice infatti che raccontare un sogno ne comprometta la realizzazione. Per i ragazzi del panificio è stato l’esatto contrario. Il cinema, raccontando la loro storia, reale o meno che sia, li ha resi dei miti: veri e soprattutto immortali.

 


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