La provincia, le skills, la call e il briefing

Written by on 4 Novembre 2017

E se Steve Jobs fosse nato a Napoli? Così titolava un articolo che spopolava qualche tempo fa sui social, sostenendo che, per quanto geniale, l’inventore della Apple probabilmente sarebbe rimasto un affamato e folle qualunque in terra partenopea: derubato dal contesto, dell’opportunità di dar vita a uno dei più importanti marchi dei nostri giorni. Perché le idee, a noi italiani, non mancano mai a volte però, è il contesto che ci frega.

Contesto che può rivelarsi ancora più opprimente se calato in realtà provinciali che, alla fine dei giochi, finiscono sempre per non riuscire ad avere un respiro che arrivi oltre i propri confini comunali. Che poi è quello che succede qui ad Alatri, una piccola realtà in provincia di Frosinone, con meno di 30mila abitanti e 3mila anni di storia sorretti da delle possenti mura ciclopiche, apprezzate da tutti ma mai pienamente valorizzate. Un luogo che ha dato vita a cardinali e intellettuali, con una tradizione di studi che gli ha permesso di formare pensatori dalla fama internazionale. Perché Alatri è un paese che nel tempo ha anticipato la storia ma che oggi sembra averne perso il passo. E l’esodo obbligato dei giovani verso le grandi città, italiane e non, è il testamento che resta della peggiore accezione di provincialismo.

Botteghe antiche e botteghe nuove

Per le strade, complice il freddo di questi giorni, non si incontrano molte persone ma girovagando per i vicoli del centro, ci si imbatte in scorci memorabili, negozi di paese e serrande chiuse che custodiscono quello che una volta erano botteghe, fucine di idee e artigianato locale. Poi, scendendo da Piazza Santa Maria Maggiore, andando verso l’acropoli, si arriva davanti al più bel palazzo della città, fatto costruire da Cardinal Gottifredo di Raynaldo nel XIII secolo. In una delle due torri dell’edificio sorge il museo civico mentre il corpo centrale risulta inspiegabilmente chiuso. A pochi metri di distanza, incastonata in un arco in pietra, una vetrina illuminata, riporta in modo ossimorico la dicitura: “Coworking Gottifredo – bottega dei talenti.”

Ed entrando si inzia subito ad abitare quella figura retorica, grazie ai 3 ambienti diversi che giocano con il contrasto tra la pietra e un arredamento industriale. I volti presenti sono gli stessi che si incontrano nei pub il venerdì sera, e “coworking” non è l’unico inglesismo che si sente. “Ok… ci sentiamo più tardi. Briffo Gabri sulla call e ti richiamo”. Qualcuno, in modo apparentemente immotivato, parla cinese, mentre nella terza stanza, quella grande dietro gli archi, dedicata alla formazione, un professore universitario tiene una lezione sul Business Plan e la swot analysis.

L’ufficio ha aperto da poco e lo si capisce dai cestini straripanti di bicchierini sporchi di caffè. Sono tantissimi ma non c’è la macchinetta. Saranno felici i bar della zona.

Nella sala di mezzo c’è un tavolo lungo, creato con del grigliato keller e delle lastre di vetro: è la stanza dedicata al coworking nel senso più letterale.

I ragazzi, studenti o giovani professionisti che siano, vengono a lavorare usufruendo degli spazi e dei servizi (c’è la fibra a 200mb e la cosa non è una banalità in una città di provincia). Tra i co-workers non è raro che si creino sinergie, ora sono una decina: un videomaker e webdesigner, due programmatori, qualche libero professionista e addirittura uno studente di arte moderna con la passione per la domotica.

“Qualcuno mi passa quel render per piacere?”

Nella stanza della formazione la lezione termina. I ragazzi “si dileguano” insieme al docente al bar vicino per un altro caffè che questa volta non intaserà i cestini. In pochi minuti le sedie vengono accatastate in un angolo, spuntano quasi dal nulla dei fari, un cavalletto e un fondale per le riprese. Il set è pronto. Un uomo si siede davanti la camera, un paio di test per l’audio e: azione…

“Bilancia, bilancia meglio che qui l’audio mi va in clip…”

Il reparto video è un segmento importante del coworking Gottifredo, ci sono strumentazioni ovunque anche se un po’ nascoste negli angoli. Un paio di borsoni con le videocamere, i fari e un’enorme postazione dedicata al montaggio e alla post produzione. In fin dei conti proprio Mark Zuckemberg ha detto che facebook è, e sta diventando sempre di più, una piattaforma “Video First”.

E qui, al Coworking Gottifredo, si girano clip con la stessa facilità con cui si fa un tweet.

Cultura e business

E non ci si deve sorprendere se vicino il computerone c’è una lavagna magnetica con dei grafici disegnati a mano e tanti, tantissimi numeri su. Perché arte e cifre, o per meglio dire cultura e business, non sono strade parallele che, per definizione, non si incontreranno mai. Che piaccia o no, fanno parte di un unico corpo, come quella lavagna dei grafici e le moleskine piene di appunti per il prossimo romanzo che uno dei ragazzi del Gottifredo sogna di pubblicare.

Sempre più spesso si tende a cadere negli stereotipi: l’artista, con la barba, gli occhiali circolari e quell’aria stravagante un po’ bohemien; il business man: in giacca e cravatta; e l’informatico: un nerd con la camicia a quadri abbottonata fino all’ultimo bottone. Non è così… nel 2107 non può essere così. Le figure si intrecciano, i ruoli si mischiano, le professionalità si contaminano perché è nelle intersezioni che nasce l’innovazione. Fare impresa è un’arte, e fare arte è un’impresa. Sotto questo metronomo si lavora al Coworking Gottifredo che in definitiva è un luogo di scambi e condivisioni all’insegna dei caffè.



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